Live Report: ArcTanGent Festival 2026 – Day 2 @ Bristol, UK 20/08/2026
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Live Report: ArcTanGent Festival 2026 – Day 2 @ Bristol, UK 20/08/2026

Report a cura di Davide Sciaky Guarda il photo report della seconda giornata! Abituato al calore dell’Italia (ma anche dell’Hellfest appena due mesi prima

di Davide Sciaky 1 Settembre 2026 - 15:00
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Report a cura di Davide Sciaky

Guarda il photo report della seconda giornata!

Abituato al calore dell’Italia (ma anche dell’Hellfest appena due mesi prima) fa strano immaginare di provare freddo ad un festival ad agosto, ma dopo una pioggia durata quasi tutta la notte e terminata intorno alle 11 di mattina, il secondo giorno di ArcTanGent inizia con qualche brivido di freddo. Incontro i Benthos che suoneranno più tardi nella giornata e la maggior parte della conversazione verte su dove trovare delle coperte (lo stand di attrezzatura per campeggio presente nel festival verrà in nostro aiuto) e su come tenerci caldi.
Fortunatamente tutti i palchi sono sotto a dei tendoni e quindi non c’è il rischio di prendere acqua durante i concerti. Dopo un veloce pit stop in uno degli stand che vende cibo da colazione, torniamo al Yokhai per iniziare con i L.O.E, al secolo Last of Eden.
Anche oggi si inizia con Post Rock, in particolare uno di impostazione molto cinematografica, tant’è che la band posiziona due schermi ai lati del palco su cui proietta scene che potrebbero essere uscite da film. La loro musica è una perfetta colonna sonora, ed è un attimo perdersi nella muraglia sonora eretta dagli inglesi.

È l’ora di pranzo e di esplorare l’offerta dell’ArcTanGent. Tra hamburger, pad thai, paella e altro ancora c’è abbastanza di che soddisfare tutti i gusti, anche per vegetariani e vegani, con una spesa effettivamente non bassissima ma allineata ai prezzi dei festival inglesi. Da notare come tutto il festival, dagli stand del cibo, al merch, sia completamente cashless. Il contante non è accettato da nessuna parte e non vengono adoperati token di sorta. Si paga solo con carta e l’effetto è che le code si muovono rapide da un lato, e dall’altro non ci saranno token avanzati o da rimborsare a fine festival.

Dopo aver mangiato una baked potato – perfetta per immergermi nel clima inglese – mi avvicino per la prima volta al Main stage, che apre oggi, per il concerto di OTAY:ONII.
L’artista cinese è attiva da oltre dieci anni con album pubblicati sia come solista che insieme ad altri, ma probabilmente il suo nome è stato scoperto da tanti con il suo recente ingresso nei The Ocean. La sua musica solista però con la band tedesca non c’entra niente, come si può intuire vedendola sul palco completamente da sola. Fa partire alcuni loop su una loopstation e comincia a cantare, o urlare, attraversando il palco come posseduta. Dopo poco salta giù, supera la transenna e comincia ad attraversare il pubblico cantando in faccia ad alcuni presenti. Una performance sicuramente particolare e, anche se la sua musica altamente sperimentale non mi conquista, la presenza scenica di Otayonii è notevole.

Sempre sullo stesso palco saranno gli Psychonaut a suonare poco dopo uno dei concerti più intensi del festival. Il gruppo belga suona un Post-Metal psichedelico tanto massiccio quanto a tratti tecnico, e la performance è ipnotica. Introducendo “…Everything Else Is Just the Weather”, Stefan De Graef spiega la forte connessione tra band e ArcTanGent: l’ultima volta che il gruppo ha suonato al festival, sulla via del ritorno il bassista Thomas Michiels ha parlato al telefono con suo padre quella che si rivelerà la sua ultima conversazione, dato che il padre è morto poco dopo. Questa perdita ha ispirato l’ultimo album “World Maker”. L’esibizione del brano dedicato al padre è commovente tanto sopra quanto sotto al palco e ancora una volta non è raro vedere delle lacrime negli occhi degli spettatori (una costante per tanti show dell’ATG).

Mi avventuro per la prima volta nel Bixler, il palco più piccolo del festival, dove è il turno dei Benthos, primo di diversi gruppi italiani che suoneranno in questa edizione. La band ha pubblicato lo scorso anno “From Nothing”, prima disco che pubblicano con InsideOut Music, e il loro Prog intricato e caotico ha attirato l’attenzione di non pochi (non ultimo di Mike Portnoy che l’ha indicato tra i suoi ascolti preferiti del 2025). Ovviamente l’interesse è tanto e il tendone si riempie in fretta. I ragazzi sono a proprio agio e macinano come un treno sei canzoni, tutte estratte dall’ultimo disco, che esaltano il pubblico. Dopo il concerto mi racconteranno che è forse la prima volta che un loro concerto provoca del crowdsurfing, a dimostrazione di quanto l’ATG apprezzi i Benthos.

Uno dei concerti che più attendevo era quello degli Alcest, ma trovo una brutta sorpresa tornando sul Main stage: a dieci minuti dall’inizio del concerto il palco è completamente vuoto e solo pochi minuti dopo una folla di tecnici comincia ad allestirlo. Dopo qualche minuto una voce esce dalle casse annunciando che un problema al tour bus ha ritardato l’arrivo della band e che quindi ci sarà un ritardo. La crew è molto professionale ed efficiente e riesce ad allestire il palco nella metà del tempo solitamente necessario, e finalmente lo show può avere inizio. La creatura di Neige si presenta in mezzo alle acclamazioni e si lancia senza indugi in una meravigliosa “Protection”, seguita da “Sapphire”. Il frontman prende quindi il microfono per scusarsi per il ritardo, prima di proseguire con Écailles de lune - Part 2” e “Eclosion” che concludono una performance purtroppo abbreviata, ma ugualmente di grandissimo impatto emotivo. Rimane il dispiacere di aver perso parte del concerto, ma fortunatamente non è l’ultima volta che vedremo Neige sul palco quest’oggi… ne riparliamo tra poco.

Torno sul Yokhai per il concerto dei The Tony Danza Tapdance Extravaganza, per tanti uno dei momenti più attesi del festival dato che è la prima volta che la band americana suona in territorio inglese (ma pure europeo, in oltre 20 anni di attività non avevano mai suonato al di fuori del Nord America). La curiosità è naturalmente tanta per il gruppo Mathcore e l’entusiasmo è alle stelle anche nel pubblico che si lancia in un frenetico mosh. L’eccitazione è ben giustificata, la band è cazzutissima, ma mi rendo conto dopo qualche pezzo che la loro proposta non è nelle mie corde e mi sposto sul Bixler dove stanno suonando i Scorpion Milk. Ho scoperto la band appena una settimana prima al Frantic Fest e mi sono innamorato immediatamente. D’altronde la band altro non è che l’ennesimo prodotto del genio di Mat McNerney, già leader dei Beastmilk, poi diventati Grave Pleasures, e degli Hexvessels. Con questa sua nuova band, il debutto ha meno di un anno, il musicista torna nei territori Post Punk di alcune sue band precedenti e il risultato è entusiasmante, almeno per chi ama il genere. Melodie ipnotiche, ritmi elevati e divertenti in una cornice dark e ottantiana. In una setlist già coinvolgente, il musicista inglese ha deciso poi di inserire ben due brani dei Beastmilk, “Nuclear Winter” e “The Wind Blows Through Their Skulls”, che fanno esplodere tutto l’entusiasmo del pubblico.

Sul palco principale ritrovo un altro gruppo appena visto al Frantic, gli Igorrr. Autori di una musica tanto frenetica quanto folle e sperimentale, la creatura di Gautier Serre ha visto una costante crescita di consensi negli anni tale da permettergli di arrivare a suonare davanti ad un pubblico sempre più nutrito. È infatti pieno il Main stage quando arrivo davanti al palco e in breve saranno non pochi i fan trasportati dal crowdsurf oltre la transenna. Avendo visto gli Igorrr in concerto pochi giorni prima, fare qualche confronto viene naturale ed è subito evidente l’alto livello raggiunto dal gruppo francese. Lo spettacolo è elaborato, ben rifinito, provato e riprovato. Ci sono mosse che rivediamo identiche al concerto precedente, come l’ingresso della cantante Gerda Iguchi che canta su una piattaforma rialzata in fondo al palco, per poi saltare giù e muoversi suadente sul bordo dello stage. Mosse sicuramente studiate, ma che funzionano alla perfezione. Proprio Iguchi si conferma un’ottima nuova aggiunta alla band e, anche se suona con gli Igorrr da appena qualche mese, si nota già un’ottima alchimia. L’altro cantante, JB Le Bail, ormai nel gruppo da cinque, è una macchina e il concerto non fa che confermare la sua grande abilità di cantante e di frontman. Gli Igorrr hanno a disposizione un’ora e un quarto, risultando co-headliner de facto, e in questo tempo esprimono tutta la loro meravigliosa follia musicale, conquistando il pubblico e forse guadagnandosi anche qualche nuovo fan.

La mia serata si conclude con Chelsea Wolfe che purtroppo suona in contemporanea agli Zu, altro gruppo interessantissimo che sentirò nei giorni successivi nominare da tanti come una delle migliori performance del festival. Sul Main stage va in scena una vera e propria messa Gothic, con la musicista americana che alternando chitarra elettrica e acustica attraversa tutta la propria discografica. Brani claustrofobici come “Whispers in the Echo Chamber” e “Feral Love”, e struggenti come “The Liminal” e “Flatlands”, oltre ad una prima presentazione del nuovo album “The Dark” in uscita il giorno dopo, da cui vengono suonate tre canzoni. Una bellissima sorpresa arriva con “Vex” dove il cantato che su disco è di Aaron Turner (ISIS, Neurosis) viene coperto da Neige che, come anticipato, vediamo tornare sul palco. Un concerto che riesce ad essere intimo anche davanti a migliaia di persone e che, per quanto mi riguarda, brilla particolarmente sui brani acustici.

ea

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