Sul finire dello scorso agosto gli svedesi Osukaru hanno dato alle stampe Tall Tales, album che suggella una fase di profonda evoluzione per una formazione da tempo apprezzata nell’universo del melodic rock internazionale. Un lavoro più duro, oscuro e ambizioso rispetto al passato, attraverso il quale il gruppo guidato da Oz Hawe Petersson e Fredrik Åkesson ribadisce la volontà di seguire una propria identità, senza lasciarsi imbrigliare dalle definizioni di genere.
Abbiamo raggiunto Oz Hawe Petersson per ripercorrere le tappe fondamentali della storia della band, approfondire la genesi di Tall Tales, parlare del progetto solista Rendezvous e riflettere sul futuro del rock nell’epoca dell’intelligenza artificiale.

Intervista a cura di Fabio Vellata
Ciao Oz, sono Fabio Vellata di TrueMetal.it. È davvero un piacere conoscerti! Prima di tutto, congratulazioni per l’uscita di Tall Tales, il nuovo album degli Osukaru, e grazie per il tuo tempo.
Dopo tanti anni di attività, che cosa rappresenta questo disco nella storia della band?
Grazie a te, Fabio! Il piacere è tutto mio. Accidenti, partiamo subito con le domande impegnative, eh? Ah ah! Questo album rappresenta crescita e sincerità. Non solo è stato in lavorazione per molti anni, ma la svolta verso un approccio più heavy è in atto ormai da quasi un decennio. È iniziata con The Labyrinth nel 2017, poi si è concretizzata davvero con House of Mirrors l’anno successivo e, poco alla volta, ci siamo avvicinati sempre di più alla band che siamo oggi. Direi che con Tall Tales siamo finalmente arrivati al punto in cui ogni cosa ha trovato la propria collocazione.
Ripensando al percorso della band, quali sono stati secondo te i momenti chiave che hanno definito l’identità degli Osukaru negli anni?
Siamo cambiati così tanto che perfino io faccio fatica a individuarli, ah ah! Ma, a essere sincero, penso dipenda soprattutto dal modo in cui scriviamo le canzoni e dal fatto che cerchiamo di raccontare una storia complessiva non solo attraverso la musica, ma anche con artwork e immaginario visivo. Sebbene nel corso degli anni siamo cambiati parecchio, ci sono alcuni elementi ricorrenti: la colomba e la benda sugli occhi che tornano nel merchandise e nelle copertine, oppure il tipo di strutture musicali sulle quali Fredrik e io costruiamo le nostre canzoni.
Il vostro nome è ormai fortemente associato alla scena melodic rock e AOR. Quanto è stato importante trovare un equilibrio tra la fedeltà al genere e il desiderio di evolvervi?
A essere del tutto onesto, non ragioniamo realmente in questi termini: ciò che conta è suonare come noi stessi. Per noi è fondamentale che ogni fase e ogni album rappresentino ciò che sentiamo nel cuore in quel momento. Vogliamo semplicemente scrivere buone canzoni e, auspicabilmente, fare in modo che ogni nuovo album sia un po’ migliore del precedente. Non ci consideriamo una band AOR, e non lo facciamo ormai da molti anni, pur mantenendo talvolta forti elementi di quel mondo nella nostra musica. Prima di tutto siamo una hard rock band, e penso che con questo nuovo album molti saranno d’accordo.

Ascoltando la vostra discografia si percepisce una crescita costante nel songwriting. Quali elementi senti siano cambiati maggiormente dal primo album fino a Tall Tales?
Accidenti, queste domande sono difficili, ah ah! Credo che una parte importante dipenda dal punto in cui ci troviamo oggi nella vita. Non sono più la persona che ero solo pochi anni fa, figuriamoci sedici anni fa, quando fondai gli Osukaru. Nemmeno la band è più la stessa: alcuni componenti sono cambiati nel corso del tempo, ma è cambiato anche il nostro modo di vedere il mondo come individui, tra lavori, famiglie e le influenze creative che assorbiamo. Tutto questo, in qualche modo, finisce probabilmente per riflettersi nel nostro modo di scrivere.
C’è un album del passato che consideri un punto di svolta particolarmente importante, magari perché ha segnato un approccio compositivo più maturo o una nuova direzione artistica?
Sì, direi che il primo vero cambiamento rispetto agli inizi arrivò con Transition del 2015, e il titolo non fu casuale. Il secondo fu House of Mirrors. Adesso, con Tall Tales, credo che abbiamo finalmente trovato davvero noi stessi.
Nel tempo gli Osukaru hanno attraversato diverse fasi stilistiche. Quanto è importante oggi mantenere una firma riconoscibile continuando al tempo stesso a sperimentare entro i confini dell’AOR e del melodic rock?
Non scriviamo musica cercando di farla rientrare in uno stile preciso. L’unico limite che ci interessa davvero è capire se una canzone suona come Osukaru oppure no. Tutto il resto nasce spontaneamente dai nostri gusti musicali e dal nostro modo di comporre. Fredrik e io siamo cresciuti amando la musica, quella buona, indipendentemente dal genere; il nostro denominatore comune è però il classic rock. Ci piace approfondire non soltanto gli artisti che adoriamo, ma anche quelli che hanno influenzato i nostri idoli.
Quando scriviamo insieme, raccogliamo influenze provenienti da ogni direzione, anche se la maggior parte arriva proprio da quel mondo. Non cerchiamo di attenerci a una formula: semplicemente, succede in modo naturale.
In un percorso così lungo, quali sono state le influenze più decisive nel definire il tuo approccio alla scrittura e l’identità sonora degli Osukaru?
Per collegarmi a quanto dicevo prima, riteniamo importante non limitarci ad ascoltare le band che ci ispirano, ma andare a scoprire anche gli artisti che hanno ispirato loro. Se vuoi suonare un po’ come i Def Leppard, per esempio, devi anche metterti nei loro panni e immergerti nella magia di T. Rex, Mott the Hoople, Sweet, Slade e David Bowie, solo per citarne alcuni.
Ciò che fa funzionare così bene il sodalizio compositivo tra Fredrik e me è che io sono un grande fan dei Beatles, mentre lui ama i Rolling Stones. Per rendere l’idea, combiniamo i paesaggi armonici e melodici dei Beatles con la ruvidità e il lato più sporco degli Stones, e da lì nasce qualcosa di nuovo. Nel metal io guardo agli Iron Maiden e lui ai Judas Priest. Tornando poi al melodic rock classico, io mi sento forse oggi un po’ più vicino ai Bad English, oltre che ai Journey, mentre lui tende ai Foreigner. Il fatto di essere così simili e allo stesso tempo così diversi è ciò che, alla fine, crea il nostro suono.
In una carriera tanto lunga, quanto è difficile evitare di ripetersi e ritrovare ogni volta la motivazione per scrivere un album dalla propria personalità?
Non è facile. In realtà avevo scritto la musica per un intero album, ma alla fine ho scartato quasi tutto prima di iniziare a lavorare sulle fondamenta di quello che sarebbe diventato Tall Tales. Dopo il successo ottenuto da Starbound, sentivo molta pressione nel dover realizzare qualcosa di straordinario. Il problema era che anch’io ero finito per scrivere qualcosa di troppo sicuro, per usare l’espressione che ho menzionato prima: suonava troppo simile agli Osukaru di un tempo e non rappresentava affatto la direzione nella quale volevamo portare la band.
Quindi quelle canzoni precedenti sono state tutte abbandonate?
No, affatto. Alcune idee sono finite comunque su questo album, mentre altre stanno aspettando l’occasione giusta per venire alla luce. Non erano brutte canzoni, semplicemente non erano brani adatti a Tall Tales, almeno non tutti insieme.
Che cosa puoi raccontarci del processo creativo alla base di Tall Tales? È nato soprattutto da una visione condivisa dalla band o da un’idea specifica che volevi sviluppare personalmente?
Le idee di base erano già emerse durante il periodo del Covid, più o meno all’epoca dell’uscita di Starbound. Sapevo di voler aggiungere un certo taglio più deciso alla nostra musica, esplorando territori che non avevamo ancora approfondito del tutto. Lo stesso valeva per l’artwork e il concept lirico: sentivo che fosse arrivato il momento di muoverci verso qualcosa di più oscuro.
L’ispirazione per il concept è nata guardando moltissimi film e serie televisive con mia moglie durante la pandemia, soprattutto opere horror, fantascientifiche, mitologiche e paranormali. Dopo anni di tentativi, riuscì finalmente a convincermi a iniziare Supernatural, e me ne innamorai immediatamente. Questo, unito alle tante revisioni di X-Files, Tales from the Crypt e, sì, anche Stranger Things, fece accendere una lampadina nella mia testa. Dovetti chiamare Fredrik subito: trovò le mie idee intriganti, stimolanti e un naturale passo in avanti.

Se dovessi spiegare a un ascoltatore di lunga data degli Osukaru che cosa distingue questo album dai precedenti, quale aspetto vorresti notasse immediatamente?
Se ne accorgerà nei primi secondi, ah ah! Exceeder è un brano di apertura come non ne abbiamo mai avuti nel nostro catalogo. Ci vuole davvero poco per capire che ci si sta preparando a un viaggio.
Nel 2024 hai pubblicato un album a tuo nome, Oz Hawe Petersson’s Rendezvous, anziché sotto il nome Osukaru. Che cosa ha significato quel disco per te e perché hai sentito l’esigenza di separarlo dal lavoro con la band?
Ah ah, mamma mia. Potrebbe sembrare che io stia contraddicendo quanto detto finora, ma bisogna tenere presente che quell’album non era il disco destinato ad aprire una nuova fase della mia carriera. È soprattutto un progetto realizzato per passione. Detto questo, significa davvero il mondo per me.
Mentre gli Osukaru si stanno in qualche modo allontanando un po’ da quello specifico sottogenere — non preoccupatevi, non ci spingeremo così lontano — Rendezvous si tuffa invece a capofitto nell’AOR, soprattutto in quello classico. La maggior parte dei brani era in lavorazione da circa quattordici anni prima della pubblicazione; due risalivano addirittura al 1990, per quanto riguarda il riff principale di “Sacred Land”, e al 1987 nel caso di “These Tears”. Quelle parti erano state composte dal mio partner musicale nei Rendezvous, Mathias Rosén, che è un po’ più grande di me.
L’obiettivo era creare una sorta di “disco perduto”: un album nuovo, ma capace di suonare e trasmettere le sensazioni di un disco con il quale sei cresciuto. Durante la promozione di Sob Rock, John Mayer disse di voler evocare “falsi ricordi”, ovvero un senso di calore e conforto nostalgico pur ascoltando canzoni mai sentite prima. Era esattamente ciò che volevamo ottenere.
Per riuscirci, Mathias e io non abbiamo utilizzato apparecchiature più recenti del 1994, a eccezione delle mie chitarre. Pedali, amplificatori, tastiere e così via provenivano tutti dagli anni Ottanta e dalla prima metà degli anni Novanta. Abbiamo registrato in digitale, ma poi abbiamo mixato su nastro analogico, per completare il lavoro nel modo giusto.
Per chiudere, una domanda più ampia: quale futuro immagini per il rock, soprattutto alla luce della crescente presenza dell’intelligenza artificiale nella scrittura, nella produzione e nel rapporto con gli ascoltatori?
Ottima domanda, e anche una questione che spaventa molti di noi musicisti. Per come la vedo io — magari sono soltanto un po’ ingenuo — l’intelligenza artificiale non è altro che un giocattolo nuovo e luccicante. Non credo che resterà a lungo nello stato aperto in cui si trova oggi, soprattutto nell’industria musicale.
Posso immaginare che possa sostituire parte della musica di sottofondo nelle pubblicità televisive e forse, in qualche misura, anche in serie e film. Band e artisti, però, si basano anche su un’identità riconoscibile e sul rapporto profondo che instauriamo con i fan: qualcosa che l’AI non potrà mai sostituire. I fan hanno bisogno di quel legame con gli artisti; vogliono seguirci online e ai concerti, collezionare il nostro merchandise e la nostra musica. Non è qualcosa che puoi ottenere scrivendo un prompt.
Grazie di cuore per il tempo che ci hai dedicato e per aver condiviso con noi il tuo mondo e la tua musica. È stato davvero un piacere averti con noi.
Grazie a te! Una volta tanto è stato davvero molto divertente. Ancora una volta, il piacere è stato tutto mio!
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