Intervista Inner Vitriol (tutta la band)
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Intervista Inner Vitriol (tutta la band)

Martedì 11 agosto 2026. Gli emiliani Inner Vitriol si esibiscono in Piazza Verdi a Trieste per la “What a Prog Night!”, evento organizzato

di Marco Donè 15 Settembre 2026 - 10:00
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Martedì 11 agosto 2026. Gli emiliani Inner Vitriol si esibiscono in Piazza Verdi a Trieste per la “What a Prog Night!”, evento organizzato dall’associazione Rock Out – X Project. Noi di Truemetal.it abbiamo colto l’occasione al volo e, oltre a goderci lo show, abbiamo incontrato per voi la band, per approfondire l’entità Inner Vitriol. Ci siamo rifugiati in un bar di Piazza Verdi e abbiamo iniziato una chiacchierata intensissima, in cui abbiamo toccato temi profondi, intervallati da tanta sana follia. Gli Inner Vitriol sono prog anche nel quotidiano: lo scoprirete leggendo queste righe. Eccovi quindi il resoconto di questa fantastica chiacchierata.

Intervista a cura di Marco Donè

Ciao, ragazzi, sono Marco di Truemetal.it. Vi faccio subito una confidenza: siete una band molto stimata in redazione e per noi è un vero piacere avervi ospiti sulle nostre pagine. Come state?

Michele Di Lauro: Grazie a tutta la redazione per l’attestato di stima e grazie ai lettori, che dedicheranno del loro tempo a leggere queste righe.

Partirei subito con le domande e inizierei con l’approfondire la genesi della band: siete usciti come Vitriol a cavallo degli anni Dieci e avete pubblicato il vostro primo disco nel 2012. Subito dopo è avvenuto un periodo che potremmo definire di stand-by. Nel 2023 fate il vostro ritorno in scena con un moniker nuovo, Inner Vitriol, e con una line-up rivoluzionata. In rapida successione pubblicate l’EP “Butterflies” e il secondo disco, “Semper Tacui”. Vi chiederei quindi di descrivere gli eventi che hanno portato a questa evoluzione, analizzando in particolare il cambio moniker. Non credo che la parola “Inner” sia stata una scelta casuale…

Francesco Lombardo: Partiamo dagli inizi: il primo tentativo di formare la band avviene un po’ prima del 2010, da un’idea mia e di Michele (Panepinto, n.d.a.). All’epoca vivevamo in Sicilia – io e Michele siamo siciliani. La prima line-up dei Vitriol è tutta siciliana e con questa formazione pubblichiamo il primo album, “Into the Silence I Sink”. Dopo varie vicissitudini, io e Michele ci trasferiamo a Bologna e veniamo travolti da tantissime attività collaterali, tutte relative alla musica. Tra queste posso citare l’Alchemica Music Club, il locale che gestiamo a Bologna. Proprio l’Alchemica ci ha dato la possibilità di conoscere Michele (Di Lauro, n.d.a.) e Gabriele. Una volta superata la fase di massimo assorbimento delle energie di questa attività, abbiamo provato a riemetterci in moto. Al progetto abbiamo sempre creduto, mancavano però le risorse mentali da dedicare alla band. Abbiamo provato a proporre il progetto a Michele e Gabriele e da qui siamo partiti con il reboot del gruppo. Per farlo abbiamo utilizzato alcune idee che avevamo messo nel cassetto e non avevamo ancora sviluppato. Alcune cose le abbiamo invece riprese, come ad esempio ‘Endless Spiral’, che abbiamo ri-registrato con Gabriele, modificandola e rendendola più vicina al singolo. Singolo tra virgolette, visto che dura sempre sei minuti (risate generali, n.d.a.). In “Into the Silence I Sink” ne durava dieci… Da lì abbiamo dato il via al percorso che ci ha portato a “Semper Tacui”. In questo percorso, nel 2023, abbiamo deciso di effettuare un cambio moniker. Ci siamo resi conto che tra band storiche e contemporanee ci sono stati tanti gruppi a nome Vitriol. Per una band emergente, di questi tempi, è già difficile emergere di per sé. Se a questo aggiungi che hai un nome uguale a tante altre formazioni… Per dire: ho scoperto che negli anni Ottanta c’era una band francese che si chiamava Vitriol, così come adesso c’è una band con lo stesso nome che fa extreme metal. Ci abbiamo pensato un attimo ed essendo un reboot del progetto, alla parola Vitriol – che nasconde un motto rinascimentale dell’alchimia, è un acronimo di una frase latina – abbiamo deciso di aggiungere Inner, che rappresenta ancora di più la sfera interiore, che con i nostri testi e il nostro modo di fare musica stiamo cercando di potare avanti. Quindi: la parola Vitriol rappresenta l’acido solforico, chiedo qui conferma al docente di chimica.

Michele Di Lauro: Corretto, è corretto.

Francesco Lombardo: Vitriol potrebbe quindi rappresentare un lato aggressivo, ma nascondendo un acronimo filosofico molto profondo, dava la giusta alternanza tra il lato più caustico e aggressivo della nostra musica – facciamo comunque metal – e le nostre tematiche introspettive. La parola Inner, insomma, è andata a rafforzare il lato interiore, riflessivo. In contemporanea a questo, con l’aiuto di Andrea Falaschi dei Death Legacy – che ringraziamo tantissimo – abbiamo sviluppato un logo alchemico che potesse esprimere questi aspetti.

Molto interessante, davvero. Come dicevamo, con il nuovo moniker e la nuova line-up date alle stampe un EP e il vostro secondo album, “Sempr Tacui”. Siete soddisfati dei risultati sin qui ottenuti dal disco?

Michele Di Lauro: Sì, direi di sì. Certo, chi si loda s’imbroda, si dice. Ma sai, quando hai un progetto con una genesi lunga, nel quale ci metti tanta passione, dubbi e aspettative, quando lo lanci nel mercato… anzi, preferisco dire nel mondo, perché “mercato” non mi piace…
Dicevo: nel momento in cui lanci il tuo lavoro nel mondo è sempre un momento di ansia, tensione, anche paura. Non sai come potrà andare. Siamo però molto soddisfatti di come sia stato recepito, sia dal pubblico – che è la cosa più importante, perché quando ti senti dire che il disco è piaciuto ti dà una grande forza – sia dalla stampa, che è stata gentile fino a ora. Siete stati buoni come categoria.

Francesco Lombardo: Anche sopra le aspettative.

Michele Panepinto: Tutte le recensioni sui portali o riviste cartacee, come ad esempio Rock Hard Germany, sono state sopra le aspettative. Siamo stati spesso top album e hot album nelle varie testate. Siamo davvero molto contenti. Adesso stiamo cercando di portare l’album un po’ in giro.

Michele Di Lauro: Abbiamo già fatto una prima parte di tour europeo dove i brani nuovi sono stati recepiti benissimo. C’è stato un grosso entusiasmo al banchetto del merch – per farla brutale – e anche l’afflato, la partecipazione del pubblico. Meglio di così! Abbiamo anche realizzato due videoclip a supporto del disco nuovo. Sono stati curati interamente da noi, come visione artistica. Francesco ne ha curato la regia. In alcune sezioni ci siamo fatti aiutare da Matteo Ermeti, un videomaker piuttosto conosciuto nell’ambiente. Insomma: è stato un lavoro alchemico nel senso più grezzo del termine. Eravamo proprio nella fucina a faticare, e vedere che tutto questo lavoro dà i suoi frutti è davvero molto bello.

Francesco Lombardo: Secondo me dovrebbero avere tutti il volume della voce di Di Lauro, non avresti di sicuro problemi con la registrazione. (risate generali. Il timbro della voce di Michele Di Lauro è davvero possente e anche nella registrazione la sua voce spicca, n.d.a.)

https://youtu.be/EfyqVOffz1s?si=5EL2BkrIBhpEaXAG

Il video di ‘Waterfall’, singolo estratto da “Semper Tacui”

E riascoltando “Semper Tacui” adesso, con il senno di poi, rifareste le stesse scelte o cambiereste qualcosa?

Michele Panepinto: Ti parlo della mia esperienza: forse è il primo disco che faccio in cui sono soddisfatto al cento per cento. Riascoltandolo non cambierei nulla, mi piace così com’è. Forse perché non è il classico disco. Qui ho visto tutte le fasi, la genesi, come sono cambiati i brani, come sono maturati. Personalmente sono davvero molto contento.

Francesco Lombardo: Aggiungerei solo una cosa: probabilmente su questo disco siamo tutti un po’ più soddisfatti del solito. “Semper Tacui” ha avuto una gestazione molto lunga e abbiamo avuto modo e modo e modo di riascoltarlo nel tempo, modificarlo e mettere in atto una serie di rielaborazioni. Questa cosa può essere sia positiva che negativa. Sai, non ci sono passaggi ultraistintivi, è un disco più pensato. Diciamo che all’uscita dell’album non siamo stati sorpresi o abbiamo fatto delle grandi rivalutazioni del disco perché “Semper Tacui” è rimasto nel cassetto per tanto tempo. Calcola che dal 2012 al 2026 sono passati degli anni e quello che ascolti è il frutto dell’elaborazione di tutte le idee nate nel corso del tempo. Ci sta che possiamo essere un po’ più allineati come soddisfazione rispetto a un disco sfornato più in fretta.

Michele Di Lauro: Qual è il problema di alcuni album? Che invecchiano male. Noi l’abbiamo sentito invecchiare e l’abbiamo affinato. Diciamo che è un disco pubblicato in barrique (risate generali, n.d.a.). È affinato a lungo e siamo molto contenti.

Da sommelier apprezzo la metafora. Collegandoci al titolo dell’album, “Semper Tacui” può essere tradotto come “Ho sempre taciuto”, se non erro. Il titolo caratterizza il concept del disco. Vi andrebbe di raccontarci le tematiche trattate in “Semper Tacui”?

Francesco Lombardo: Semper Tacqui è una frase che può essere letta su più livelli. Questa è la cosa interessante. Anche la traduzione dal latino va fatta in base al contesto. Il nostro contesto è un luogo vero, da cui abbiamo creato una storia verosimile. Mi riferisco a Palazzo Steri, un palazzo importantissimo per la storia di Palermo. Io e Michele siamo siciliani e tanti anni fa ho potuto approfondirne la storia. Palazzo Steri è stato la sede dell’Inquisizione spagnola in Sicilia. Qualche tempo fa sono state restaurate e riscoperte parzialmente le celle dei prigionieri della Santa Inquisizione, che le hanno lasciate piene di graffiti. Questa cosa di per sé è affascinante. Di celle ricche di graffiti ce ne sono in tutto il mondo, ma quelle di Palermo sono tra le pochissime relative alla Santa Inquisizione. Le ho trovate molto interessanti perché i prigionieri della Santa Inquisizione spesso erano i cosiddetti eretici, persone che al giorno d’oggi potremmo definire come individui che la pensavano diversamente. Tra loro c’erano artisti, intellettuali, poeti. Lo si capisce dalla qualità altissima dei graffiti. Invito i lettori a fare una piccola ricerca su Palazzo Steri, se volessero. Questa cosa mi ha dato un grande spunto, perché tra i graffiti c’è una frase: Semper Tacui. Quando visitai le carceri fui subito colpito da questa frase. Qual è il suo significato? Sono sempre rimasto in silenzio, ho sempre taciuto. In un luogo dove praticavano la tortura, vuol forse dire che il personaggio è riuscito a resistere? Che è riuscito a opporsi a un sistema che provava a fargli cambiare idea, ad abiurare le sue convinzioni? Mi ha affascinato pensare a un personaggio immaginario – l’autore della scritta non è noto – come qualcuno che fino alla fine è riuscito a mantenere i suoi ideali, a discapito della tortura, a discapito del sistema su cui poggiava il mondo. Lo si potrebbe leggere su questi livelli. Da qui è partita l’idea della nostra storia, di creare un concept album. Ho immaginato una vicenda che si svolgesse nell’arco di un anno – da un solstizio d’estate all’altro – in cui il protagonista si interroga su quanto sia importante essere fedeli a sé stessi, ai propri ideali. Mi piaceva molto anche l’idea del silenzio, che fa parte del nostro immaginario, dei nostri testi. Il nostro primo album si intitola “Into the Silence I Sink” – sprofondo nel silenzio – quindi mi piaceva questo legame, questo filo rosso che chissà… Potrebbe essere sviluppato ancora.

Gabriele Gozzi: Il prossimo disco si intitolerà “Shut Up!”. (risate generali, n.d.a.)

Michele Di Lauro: Un album strumentale. (risate generali, n.d.a.)

Gabriele Gozzi: Sì, io non canto.

Michele Panepinto: Potresti fare dei balletti.

Come faceva Repetto negli 883…

Francesco Lombardo: Abbiamo provato a rimanere seri ma non ce l’abbiamo fatta.

Michele Di Lauro: Scherzi a parte, siamo rimasti colpiti da questa frase e abbiamo fatto anche altre ricerche. C’è una versione, una traduzione di una versione della Bibbia – della Vulgata di San Giovanni, se non erro – dove Semper Tacui è la prima frase di un salmo, in cui dice: ho taciuto e proprio per questo adesso la mia voce sarà il ruggito di mille leoni, sarà il tuono che squarcia il cielo. È una rivalutazione positiva del silenzio, come strumento di resistenza e anche come modo per essere uditi più di uno che strepita, ma la cui sostanza è poca.

Francesco Lombardo: C’è poi una postilla finale legata alla parola Semper, che raffigura qualcosa che si sviluppa nel tempo. E il tempo è un altro tema affrontato nel concept. Ho trovato molto interessante che questo graffito, in passato, sia stato coperto da nuove stesure di malta per poter pitturare le celle, e poi sia stato riscoperto. Qualcosa che sembrava perso per sempre è stato invece ritrovato, e adesso durerà per l’eternità. Ed è affascinante pensare a questo passaggio come a un’altra chiave di lettura della battaglia affrontata da questa persona: il tempo ha provato a cancellare le sue tracce – e quindi anche i suoi ideali – ma lui o lei è riuscito di nuovo a vincere, anche contro il tempo.

La copertina di “Semper Tacui”

Da qui mi collego alla copertina. Immagino che rappresenti questi temi. Trovo che i colori scuri, introspettivi richiamino le atmosfere del disco.

Francesco Lombardo: La copertina è un’immagine che mi sono raffigurato. Rappresenta il nostro personaggio, una persona sola. Nella realtà, all’interno della cella molto probabilmente non era sola, ma qui rappresenta la solitudine nella lotta contro il sistema. In qualche modo ricorda le celle di Palazzo Steri, con una finestrella molto piccola, in alto, che lasciava filtrare solo un piccolo fascio di luce. Ancora oggi è così. Le finestre sono state un po’ allargate, ma restano così. I carcerati erano rinchiusi in queste stanze buie, con una piccola finestrella in alto: è un po’ l’immagine che vedi in copertina. Il personaggio è solo. È disperato, perché la battaglia per restare in silenzio e fedele a sé stessi è ardua.

Michele Panepinto: Sia nella versione LP che in quella CD trovi altre immagini che rappresentano l’idea del concept. All’interno del gatefold del vinile ci sono delle immagini prese dalle celle. Come diceva Francesco, all’interno delle prigioni c’erano molti graffiti evocativi e abbiamo voluto riprenderli e inserirli nell’artwork, a mo’ di composizione grafica. Non li abbiamo coperti con dei testi, in modo classico: li abbiamo lasciati liberi, sia per dare continuità al concept, sia per far scoprire il palazzo.

Francesco Lombardo: Tra l’altro, mi viene in mente che in una delle quattro versioni di “Semper Tacui”, nell’artbook, abbiamo raccontato un pochino la storia di queste carceri e del concept. Abbiamo inserito tante foto, che rendono l’idea di come sia il palazzo nella realtà. E per chi volesse approfondire… Sì, abbiamo anche un artbook.

Michele Panepinto: Che però è in ristampa perché la prima edizione è finita. Diciamo che tutta la prima tiratura dei vari formati è andata esaurita durante il tour europeo.

Francesco Lombrado: Le nostre limited edition – che erano di sessanta copie ciascuna, sia dell’artbook che del box – siamo orgogliosamente felici di dire che sono esaurite. L’artbook lo ristamperemo in una seconda edizione, il box vedremo.

Michele Di Lauro: I vinili li abbiamo ristampati e li portiamo al pubblico per la prima volta oggi. Quindi, come si dice: “Accattatevillo”. (risate generali, n.d.a.)

L’edizione limitata in box set di “Semper Tacui” 

Aspettate: fermi tutti! La domanda successiva è proprio questa: ho visto sulle vostre pagine social che proprio in questi giorni state lanciando le ristampe in vinile di “Semper Tacui” e di “Butterflies”. Beh, dateci qualche dettaglio in più.

Michele Di Lauro: Inizierei con il ringraziare i fan e tutto il pubblico. Una nuova edizione viene fatta quando la vecchia è finita. Ci siamo quindi trovati di fronte alla necessità di effettuare una ristampa. E perché fare le cose facili e tenere il formato uguale? Come avrai capito, a noi piace complicarci la vita. Anche perché, al giorno d’oggi, chi compra un supporto fisico non lo fa per ascoltare la musica. La musica la ascolti su Spotify. Chiaro: se sei un audiofilo la ascolti su Tidal e su un impianto, ma l’acquisto del supporto fisico lo fai perché vuoi supportare la band, o perché sei un collezionista. Quindi cerchiamo di dare prodotti che abbiano sempre un qualcosa in più, che abbiano una maggiore attenzione per chi poi farà l’acquisto. Per “Semper Tacui” abbiamo deciso di optare per un vinile centottanta grammi, con una finitura splash rosso-arancione. Perché questi colori? Perché il flusso narrativo di “Semper Tacui” finisce con il rogo, quindi questa è l’edizione fiammeggiante, la flame edition, che non scriveremo mai perché siamo timidi, però tra di noi è l’edizione fiammante. Di questa versione ne abbiamo stampate cento copie. Per “Butterflies”, invece, abbiamo fatto una scelta un po’ opposta. “Butterflies” è un EP ma è più una raccolta di tanti momenti della nostra storia. Nella sua prima edizione è uscito con una livrea marble bianco e nero, per dare una rappresentazione plastica del contenuto. Quella fase si è però cristallizzata. Adesso “Butterflies” è nel tempo, è stato stampato, è stabile, quindi abbiamo optato per farlo tutto bianco. È una scelta simbolica, per dire che il disco sta lì, ed è la base su cui costruire tutto il futuro.

Franscesco Lombardo: Cavolo, sei bravo a spiegare queste scelte. Io non le avevo mica capite! (risate generali, n.d.a.)

Le interviste servono proprio a questo, a dare maggiori informazioni.

Franscesco Lombardo: Anche alla stessa band!

Michele Panepinto: Facciamole più spesso così ci aggiorniamo pure noi!

Michele Di Lauro: Vabbè, era brutto dire che avevano finito il vinile nero per fare nuovamente il marble! (risate generali, n.d.a.) No, no, seriamente, abbiamo pensato a questa scelta.

Tornando all’album, a “Semper Tacui”. Secondo voi qual è la canzone più rappresentativa del disco. Immaginiamo un appassionato che non conosca la band, che si approcci agli Inner Vitriol per la prima volta. Qual è il brano da cui dovrebbe partire, secondo voi?

Michele Panepinto: A mio parere, il primo singolo a essere uscito: ‘Weaker and Fading’. C’è un po’ tutto… è quello che al momento rappresenta tutto l’insieme, il mood Inner Vitriol. Come dire: “Non conosci la band? Ascolta questo brano”. Poi può piacere o meno, ma è quello che più ci rappresenta. Il disco non è di facile assimilazione, inutile citare qualche altra canzone che magari richiede più ascolti. ‘Weaker and Fading’ è un po’ più lineare – tra virgolette – ed espone al meglio quale sia il nostro concetto, esprime un’idea di direzione, dove vogliamo andare. Poi magari tra qualche anno cambiamo idea, però al momento è quella che più ci rappresenta.

Michele Di Lauro: La verità è che “Semper Tacui” andrebbe ascoltato dall’inizio alla fine, perché siamo psicopatici così. Però, se tu lo ascolti — cioè ti soffermi sul lavoro tematico che ha portato avanti soprattutto Francesco — è un lavoro sviluppato in una sorta di simmetria, che ritrovi in tutto l’album. Ci sono dei temi dell’intro che vengono ripresi nell’ultimo brano, e così prosegue fino al centro dell’album, dove trovi proprio ‘Weaker and Fading’, che ha una dinamica simmetrica. Non segue quello che è il crescendo tipico di un brano, caratterizzato dal primo ritornello, l’assolo a tre quarti della durata, il ritornello finale e poi rifacciamo di nuovo il ritornello, alzato di un tono e mezzo. Non è così. ‘Weaker and Fading’ è fatta a chiasmo: ha la dinamica alta al centro, parte piano, va verso il forte e poi ritorna piano.

Gabriele Gozzi: Proprio il tipico brano che piace cantare a me: è proprio da tutt’altra parte! (risate generali, n.d.a.) Io da cantante mi sono…

Michele Di Lauro: Ti sei sforzato…

Gabriele Gozzi: Di più! E si sente anche live, mi diverto un sacco! Sono canzoni di cui non saprei trovare un corrispettivo con altre band. Nel gruppo io sono quello di estrazione meno prog. Mi è sempre piaciuto pensare di essere, in qualche modo, quello che può traghettare il pubblico verso l’ascolto di un genere musicale come quello che facciamo noi.

Michele Di Lauro: È un dato di fatto. Non è che lo speri: succede, è così.

Gabriele Gozzi: Beh, è sempre una speranza, non sta a me dirlo. Bisogna poi vedere il responso del pubblico. In fase di arrangiamento, di recording, di rifinitura c’è stata molta creazione. Siamo arrivati a un punto in cui la musica era okay, il concept era okay, i testi – una volta corretti – erano okay e quando siamo giunti alle voci è sorto il punto di domanda. Loro pensavano: “Tanto sappiamo che Gabriele ce la fa”, loro pensavano questo. Bisognava però provare a veicolare lo strumento voce in un disco molto complesso e di non facile ascolto.

Michele Panepinto: Però in studio sono stati giorni molto belli.

Gabriele Gozzi: Sono stati giorni allucinanti, ma pregni di significato. Personalmente credo di non aver mai cantato nulla di così complicato e variegato come ho fatto su questo disco. E se uno volesse chiedermi: “Ma tu cosa canti?”. Gli farei sentire il parco di cose che succedono in questo disco prog. Si succedono davvero tanti momenti.

https://youtu.be/KXAFQaJDiE4?si=AnXsGes6FPlRcmTG

Il video di ‘Weaker and Fading’, singolo estratto da “Semper Tacui”

Apprezzo tantissimo questo ragionamento, perché in maniera indiretta avete convogliato il nostro dialogo proprio verso la domanda che sta per arrivare. Se analizziamo l’attuale scena metal, troviamo quelle che chiamerei le “macchine da guerra” storiche: le band degli anni Ottanta e Novanta. Negli anni Duemila e Duemiladieci c’è poi stata una sorta di revisione dell’immaginario metal. Di mio, divido le band nate in quel periodo in due categorie. Nella prima inserisco quelle in cui l’immagine è fortissima: gruppi che costruiscono un immaginario di appartenenza in cui il fan può immedesimarsi. Hanno canzoni semplici, easy listening, pochi contenuti; tutto ruota attorno all’identificazione del pubblico con l’estetica che la band propone. Dall’altra parte ci sono invece le formazioni che hanno comunque un’immagine curata, ma più legata alla rappresentazione del concept della band. Qui troviamo molti contenuti e canzoni articolate. Condividete questa analisi? Qual è il vostro punto di vista? Sottolineo che, per me, voi appartenete alla seconda categoria.

Michele Di Lauro: Allora: questo un po’ ci offende. Come band puntiamo tutto sulla nostra carica erotica e sull’immagine (risate generali, n.d.a.)! No, dai, scherzi a parte. Diciamo che noi proviamo ad appartenere alla seconda categoria, anche per manifesta incapacità oggettiva nel costruire un immaginario, una visuale stilistica di appartenenza. Diciamo che siamo tutti un po’ grandicelli come età, e non ci è mai venuto naturale dire: “Mettiamoci il nastrino verde fluo al ginocchio, così siamo quelli con il nastrino verde fluo”. Sto banalizzando, eh, ma abbiamo piuttosto la speranza di creare un immaginario sonoro in cui l’ascoltatore dopo tre di note di basso possa dire: “Ah, cacchio, questo è Lombardo, questi sono gli Inner Vitriol”. Ci sono delle scelte stilistiche molto forti nel suono, anche nel suono di batteria. Lavoriamo su questo. L’immagine… Non ci vediamo con le parrucche…

Francesco Lombardo: Noi tutti abbiamo background musicali differenti, ma d’altra parte le nostre band di riferimento, quelle che ascoltavamo nella nostra adolescenza, andavano su questo nostro stile. I Dream Theater, i Pain of Salvation, i Symphony X sono tutte band che io ho sempre ascoltato e mai guardato. Quindi per osmosi abbiamo ereditato un modo di vedere la band così. Ci rendiamo però conto che di questi tempi bisognerebbe rinforzare un pochino l’ambito immagine. Si può sempre migliorare e cercheremo di farlo, la nostra intenzione è però di rimanere nel secondo ambito che descrivevi, quello in cui sentiamo di appartenere.

Michele Panepinto: Adesso, senza criticare nessuno – anche perché negli anni Ottanta e Novanta, a parte pochi casi, tipo la scena black in cui l’immagine era fondamentale – negli anni Ottanta tutti vestivano allo stesso modo. Erano tutti cotonati. Ma quella era l’immagine che dovevi avere. Il ragionamento che dici tu, Marco, secondo me è cresciuto più in quest’ultima decade. C’è veramente tanta musica in giro, ci sono tantissime band, e questo rende più difficile dare spazio all’album inteso come opera d’arte. Per me un disco è un’opera d’arte. In giro vedo invece molte band impegnate a dare maggiore importanza al make-up, agli abbigliamenti e alle varie ed eventuali. Negli ultimi dieci anni ne abbiamo viste di tutti i colori: chi si veste da dinosauro, chi si veste da suora… Questo perché, se vai a un festival, è la prima cosa che ricorderai di quella band. Io penso che molte persone non ricordino la musica. Per dire: la prima volta che ho visto i Pain of Salvation – credo fossero di spalla ai Dream Theater – ho esclamato: “Ma questi son forti!”. Non avevano fiamme. C’era una persona con gli occhialini che cantava, erano forti, suonavano, e ho iniziato a seguirli per quello. Adesso, invece, nei festival – e qualcuno l’ho girato – sei lì che guardi lo show ed esclami: “Ma vedi questi che sono vestiti da coltivatori di campi di mais”, e ti resta questo. Identifichi la band così. In questi anni non c’è più solo l’ascolto della musica: l’immagine è almeno un ottanta per cento, se non addirittura una percentuale più alta.

Guarda: secondo me hai toccato un punto fondamentale. Ne avevamo parlato anche in un podcast su Truemetal.it. L’immagine è sempre stata usata. Hai citato gli anni Ottanta, i cappelli cotonati, gli abiti in pelle e borchie, i Judas Priest, il black metal che ha portato avanti l’immaginario antiposer e poi invece erano i primi poser.

Michele Panepinto: Anche il death stesso.

Diciamo che adesso se vuoi lasciare un segno c’è una concorrenza spietata, il mercato è saturo…

Michele Panepinto: E sottolineo: non è per criticare, non dico che sia sbagliato. Io con la mia band non lo farei mai, è che noi proprio non ne siamo capaci.

Michele Di Lauro: Beh, sia tu che io suoniamo ne Gli Atroci, che se volessimo proprio dirla stanno dall’altra parte di questa barricata.

Michele Panepinto: Diciamo che abbiamo anche due caratteri completamente diversi. A te piace tantissimo suonare ne Gli Atroci, io ci suono ma mi sento un po’ diverso dagli altri componenti. Ne Gli Atroci c’è proprio chi si trasforma. Per dire: Il Profeta lavora in banca e Gli Atroci sono il suo sfogo. Quando sale sul palco si trasforma in un posseduto. Io mi trasformo, sì, suono, faccio la linguaccia e via dicendo, ma ogni contesto è diverso. Nella situazione Inner Vitriol, invece, la bellezza è proprio quella di essere quattro tipi diversi. Un po’ quello che diceva Francesco: avere un background di appartenenza diverso, e avere tuttora delle esperienze parallele diverse, in cui ognuno può avere i propri spazi e creare la propria immagine.

Francesco Lombardo: E comunque noi puntiamo tutto sulla carica erotica di Di Lauro. (risate generali, n.d.a.)

Gabriele Gozzi: E sul suo uso delle scarpe, un po’…

Michele Di Lauro: Libero!

Michele Panepinto: Marco sei fortunato: oggi è venuto con le scarpe. È come dire…

Michele Di Lauro: Oggi mi sono vestito. (risate generali, n.d.a.)

Gli Inner Vitriol

Visto che avete citato i vostri progetti paralleli, inverto un attimo l’ordine delle domande. In maniera indiretta ne avete introdotta un’altra. Stiamo viaggiando in sintonia, insomma. Dando un occhio alla line-up è subito evidente come tutti voi siate coinvolti in più gruppi. Come riuscite a condensare gli impegni?

Michele Di Lauro: Basta dormire pochissimo! (risate generali, n.d.a.)

Michele Panepinto: Diciamo che ognuno di noi ha le proprie esperienze parallele. Chiaro che una band come gli Inner Vitriol non ha mille concerti l’anno. Riusciamo a organizzarci con i vari impegni e troviamo una quadra. È chiaro che nessuno di noi è impegnato trecentosessantacinque giorni con una band, da dire: “Oh, siamo i Mötley Crüe…”. Si riesce a trovare dello spazio e dove è possibile troviamo una quadra.

Michele Di Lauro: Come in tutte le cose della vita: tu sei l’integrale delle scelte che fai. Noi decidiamo di portare avanti più cose e, a volte, questo porta anche alla necessità di compromessi, o ad appoggiarsi all’aiuto di qualcuno, che può essere un sostituto o un collega che fa qualcosa al posto tuo. È la socialità della vita, si fa. Fino a ora non ci sono stati grossi problemi in questo, nel portare avanti più cose insieme. Speriamo ce ne siano. Vorrebbe dire che una delle attività è diventata talmente enorme da dire: “Vabbè, quell’altra cosa la lascio un po’ andare. È stato bello, ma se faccio trecento date all’anno con gli Inner Vitriol, farò trecento date l’anno con gli Inner Vitriol”. Va così. Lì diventerebbe una questione di priorità. Al momento, però, non mi piace parlare di priorità, perché tutti gli aspetti… tutte le cose che fai compongo il puzzle che sei come essere umano e come musicista questo serve ancora di più. Gabriele non sarebbe quello che è se non avesse tutta la sua esperienza in ambito power. Così come io non sarei quello che sono se non avessi avuto tutto il mio bagaglio rock di cover band e adesso Gli Atroci. Vale lo stesso per tutti.

Michele Panepinto: Sì, infatti. Secondo me non ci sono nemmeno compromessi. Quando si può, si fa. Se non si può, aspetteremo l’occasione successiva.

Gabriele Gozzi: C’è comunque il rispetto. Cioè: non viene visto l’impegno, o l’accavallamento di impegni come una possibilità di polemica, come a voler dire: “Ma guarda quello che va a fare…”. Quell’età l’abbiamo passata.

Michele Di Lauro: Siamo bimbi grandi, dai, la faccenda è questa.

Gabriele Gozzi: Sì, a vent’anni c’era sempre quello che puntava il dito e “Gnnnnn” si lamentava e polemizzava. Adesso no: è una questione di rispetto, di essere il più professionali possibile e di cercare di mettere in chiaro le cose e dirle subito – se arrivano e quando arrivano – in modo da creare una mappatura e organizzare tutto nel modo più agevole.

Michele Panepinto: Diciamo che sembriamo quattro scappati di casa, ma con delle idee ben incasellate (risate generali, n.d.a.).

Gabriele Gozzi: Per dire: sono vestito come un rapper, faccio gli acuti per vivere, poi salgo sul palco con loro e devo prendere in mano la calcolatrice altrimenti perdo il tempo dei pezzi. È un po’ la mia vita, non mi annoio! (risate generali, n.d.a.)

https://youtu.be/OcUSgqbcSmU?si=ZbwL-qOCXsOVEnNS

Il video di ‘Butterflies’, singolo estratto dall'EP “Butterflies”

Siamo quasi arrivati alla fine e recupero la domanda che prima ho saltato. Uno dei temi che sta tenendo banco nelle discussioni più recenti – a volte per quanto riguarda le copertine, altre per la composizione – è la tanto demonizzata AI. Voi come la pensate?

Michele Panepinto: AI? Ahi ahi!

Michele Di Lauro: Posso? Da tecnico… È uno strumento. E, come tale, dipende sempre dall’utilizzo che ne fai. Quando Enrico Fermi ha scoperto che spaccando l’atomo si liberava un sacco di energia, qualcuno ha pensato di poter realizzare l’energia gratis per tutta l’umanità, qualcun altro ha invece pensato di realizzare una bomba atomica. Con l’AI probabilmente è lo stesso. A noi, personalmente, non piace usarla nell’ambito stretto della nostra arte: mi riferisco alla composizione musicale. Mentre – è inutile nasconderci dietro a un dito – è uno strumento che può essere molto utile se hai bisogno di fare un contenuto usa e getta, una grafica veloce… Lì è uno strumento, purché se ne conservi il controllo artistico.

Francesco Lombardo: Faccio una postilla: noi ci riteniamo una band che fa musica. Una band che fa musica non dovrebbe essere interessata a fare immagini, copertine o videoclip. Io sono un sostenitore della musica pura e penso che un gruppo, come si faceva una volta, dovrebbe dedicarsi alla musica. I tempi però sono cambiati, lo viviamo sulla nostra pelle, e mi rendo conto che oggi dedico meno tempo alla composizione rispetto agli altri ambiti. Questa cosa l’ho sempre ritenuta ingiusta e senza senso. Io non sono un esperto di grafica, non sono un esperto di videoclip. Ci impegniamo in questi settori perché l’epoca lo richiede, ma se fosse per me io farei solo musica. Nel momento in cui parliamo di musica, l’AI è una cosa che non accetterei. Sotto questo punto di vista possiamo fregiarci di una cosa molto interessante. Il nostro fonico, il bravissimo Marco Barusso, ha avviato una sorta di certificazione di provenienza della musica, sia dal punto di vista della composizione che dell’esecuzione e della produzione. Noi siamo orgogliosissimi di essere la prima band ad avere la certificazione completa di questo sistema.

Michele Di Lauro: HHH: Human, Human, Human.

Francesco Lombardo: Quello che sentite in “Semper Tacui” – sia dal punto di vista della composizione che della produzione musicale – è completamente realizzato da umani, senza il supporto dell’AI. Per quanto riguarda gli altri ambiti, ad esempio le grafiche, non essendo noi degli esperti in materia – e avendo in passato collaborato con vari grafici, con cui è stato molto difficile trovare la persona giusta che potesse comprendere al meglio la nostra idea – abbiamo iniziato a provare interesse nell’usare l’AI come mezzo per la nostra visione artistica. Possiamo svelare che le nostre grafiche sono realizzate tramite AI. Per due motivi principali: non siamo grafici professionisti e abbiamo sempre avuto problemi nel trovare il grafico giusto, che potesse comprendere appieno il nostro immaginario.

Michele Panepinto: Ci abbiamo provato.

Francesco Lombardo: Ci abbiamo provato tantissimo. E comunque, tutto quello che vedete è stato realizzato con un monte di ore che è inutile che lo vada a dire. Nessuno crederebbe al numero di ore che abbiamo speso affinché riuscissimo a ottenere qualcosa che rispecchiasse ciò che volevamo. Non è la semplice immagine… Ci sono vari modi per usare l’AI. La possiamo utilizzare per una grafica la volo, per un contenuto usa e getta, come diceva Michele. In un paio di tentativi la porti a casa. Ma il prodotto che vedete è il risultato di un numero di ore spropositato, dove non c’era la volontà di usare l’AI come mezzo per fare più velocemente le cose; c’era l’intenzione di usare l’AI per ottenere un risultato che fosse il più vicino possibile al nostro immaginario.

Michele Di Lauro: Per tradurre il pensiero: quando c’hai un immaginario così cagacazz… ehm, volevo dire strutturato come il nostro, se devi lavorare con un artista, devi lavorarci cinquecento ore.

Francesco Lombardo: E l’artista ha la sua visione.

Michele Di Lauro: Eh, sì. Devi innescare un dialogo e arrivare a un compromesso. Perché poi gli artisti sono artisti, come noi siamo musicisti. Quindi si spostano di poco dalla loro visione, perché hanno la loro identità. Ed è giusto così. E allora l’AI usata in un certo modo è come avere un artista che lavora per te mille ore e ti fa cinque milioni di provini. Il tuo lavoro consiste poi di metterti lì – a parte il prompt engineering, che è un’arte anche quella – e selezionare l’elaborato più vicino alla tua intenzione.

Francesco Lombardo: In sostanza: ottieni un qualcosa che non sarà un capolavoro di originalità, ma molto più vicino a quello che pensavi. In questo modo ti puoi concentrare a dare il massimo della tua originalità su quello che ti piace fare: la musica. A me non piace fare grafica, non l’ho studiata e non ho intenzione di studiarla. A me piace fare musica.

Michele Panepinto: Questo aspetto lo viviamo anche in altri ambiti, anche a livello di lavoro in studio. Cerchiamo sempre dei compromessi, anche se lavoriamo con professionisti. Abbiamo dovuto fare un percorso lungo – visto che c’è stato un processo lungo per elaborare l’album – anche con lo stesso Barusso, per trovare il nostro suono, la nostra idea. Lo stesso dicasi per i video: la maggior parte dei video sono al cinquanta e cinquanta. Ti serve il professionista che sappia muovere la macchina, ma la fotografia e il set ce lo siamo sempre fatti noi, al cento per cento. È difficile trovare un’altra persona che la pensi come te. Non c’è il “quinto Beatle”, qui. La problematica è proprio trovare una persona che sia interessata… In passato, anche negli anni Settanta, molte collaborazioni sono nate perché l’artista era interessato alla band: “Mi piace, ho capito dove vuoi arrivare, fammi ascoltare qualcosa…” e si creava l’amalgama. Adesso invece è più difficile perché, secondo me, l’artista – tra virgolette artista – che lavora con quei mezzi è più un lavoratore, che sa usare bene i propri strumenti, e produce in modo veloce, perché ha tanto da fare. In passato ci abbiamo provato, abbiamo chiesto un’idea, una bozza e dopo venti minuti ci hanno mandato dieci prove. Venti minuti per me sono niente, non ci diciamo nemmeno ciao tra di noi. Quindi, come diceva Francesco, ci siamo attivati con un mare di ore enorme, lui in particolare, per trovare il nostro linguaggio anche nell’arte grafica.

Non mi sarei aspettato che questa domanda generasse tutte queste riflessioni. Molto piacevoli, poi.

Michele Di Lauro: È il grande tema del nostro tempo. Questa, a tutti gli effetti, è la quinta rivoluzione industriale.

Francesco Lombardo: Attenzione: è inutile dire di no, ma l’AI ci costringerà a ripensare all’arte. È un discorso molto lungo, ma l’AI è in grado di sbatterti in faccia una domanda: l’arte che cos’è? È una tematica lunghissima.

Questa è una riflessione interessantissima, che forse richiede un approfondimento a sé stante. Entriamo in un ambito filosofico. Magari in un futuro non troppo lontano potremmo organizzare un secondo tempo di questa nostra intervista e completare l’argomento. Immagino dobbiate andare a prepararvi, quindi vi faccio le ultime due domandine veloci veloci: quali sono i progetti futuri degli Inner Vitriol?

Michele Di Lauro: Una cosa te l’abbiamo già spoilerata parlando del tema del silenzio. Vedremo dove ci porterà. Adesso abbiamo la data di stasera, poi una a settembre, a Verona. Poi stiamo lavorando per dare seguito alla tournée europea. Vedremo come si chiuderà il cerchio.

Francesco Lombardo: Diciamo che per il 2026 ci impegneremo a sviluppare il nostro lato live, per promuovere “Semper Tacui”. Per il 2027 abbiamo intenzione di pubblicare qualcosa di nuovo.

Michele Panepinto: Abbiamo anche qualcosa di già registrato ai tempi di “Semper Tacui”, che dovrebbe vedere la luce proprio nel 2027. Sai, il futuro nostro è un po’ complicato, è proprio come il film “Ritorno al Futuro”: ci vediamo nel futuro, o nel passato. (risate generali, n.d.a.) Qualcosa in cantiere c’è, insomma.

Francesco Lombardo: Stiamo lavorando a qualcosa di nuovo, ma adesso è prematuro parlarne. Però il lato live e una piccola sorpresa a inizio anno nuovo li possiamo considerare cosa certa.

Beh, io vi ringrazio per il tempo che ci avete dedicato e per la disponibilità. Lascio a voi le ultime parole per un saluto ai lettori di Truemetal.it.

Michele Di Lauro: Il grazie è doveroso, perché sarà una sbobinatura davvero lunga e se siete arrivati fino a qui vi vogliamo bene.

Gabriele Gozzi: Effettivamente questa intervista dura come una nostra canzone. (risate generali, n.d.a.)

Michele Di Lauro: Seguiteci sui nostri canali, vi aggiorneremo su tutto. Vi lasciamo con un messaggio: voi lettori dei portali, voi frequentatori di concerti, voi giornalisti… siete voi che tenete in piedi l’underground. Ve lo dice una band; ve lo dicono dei gestori di un live club: non vi azzardate a cambiare. Il portale si chiama Truemetal, quindi stay true, stay metal e continuate dritti così. La scena siete voi e la scena ha bisogno di voi.

Marco Donè

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